La sguattera

“Metti il grembiule e i guanti di gomma”.

Obbediente, Mira si spoglia ordinatamente e prende il grembiule dal cassetto. Se lo annoda sui fianchi nudi, poi infila i guanti di gomma.
Si volta e si lascia guardare.
Sono passati due mesi dalla sua prima sessione. Ha imparato molte cose, ma soprattutto l’obbedienza.
Se ne sta in piedi, gambe larghe, mani incrociate sulla schiena.
Le giro intorno per ispezionare. Capelli ben legati, capezzoli impertinenti, sguardo umile.
“Comincia a lavare i piatti. Stasera ho una cena e ci servirai a tavola” le ordino.

Mira si volta e si accinge ad eseguire. Il grembiule è aperto dietro, e lascia intravedere il segno dell’abbronzatura sulle natiche.
“Sei andata a prendere il sole, Mira?” le chiedo.
“Si, Signora” mi risponde.
“Senza il mio permesso? Senza neanche avvisarmi?” incalzo.
“Signora …” la sua voce è esitante.
“Piegati in avanti” le ordino.
Lei lascia i piatti e si china in avanti poggiandosi sullo schienale di una sedia.
Osservo le sue natiche sode, di un pallore lunare rispetto al resto del corpo. Osservo la sua figa già umida, e i suoi seni che pedono in avanti.
“Vai a prendermi lo strapon, cagna” le ordino.
Senza una parola, Mira corre in camera da letto a prendere l’attrezzo. Se lo mette fra i denti, si inginocchia e me lo porge.
“Laverai i piatti mentre mi divertirò a titillarti gli orifizi” le annuncio. “Guai a te se non lavori bene. Meriteresti una punizione peggiore per aver fatto una cosa senza il mio consenso”.
“Si, Signora” risponde lei con un sospiro preoccupato.

Mira conosce le regole. Si piega in avanti, china la testa e allarga al massimo le gambe. Sa che detesto incontrare resistenza mentre la possiedo con lo strapon.
“Lecca questo” le dico, infilandole il fallo di gomma nella bocca.
Lei lo succhia sbavando, cercando di lubrificarlo il più possibile. E’ un fallo a diametro variabile, che può raggiungere dimensioni ragguardevoli.

“Va bene, basta cosi”. Le tolgo l’oggetto dalla bocca, aspetto che lei si rialzi e si metta in piedi davanti al lavello, a gambe larghe e leggermente piegata in avanti. 
Dal frigo prendo un cubetto di ghiaccio, mi inginocchio dietro di lei e glielo faccio scivolare in mezzo alle natiche. Lei rabbrividisce ma mantiene la concentrazione e la posizione. Brava. Lecco qualche goccia del ghiaccio sciolto che cola fra le natiche prima che arrivi alla figa.
Mira continua sistematicamente a strofinare i piatti con la spugnetta, mentre vedo che sta facendo la pelle d’oca. E’ molto sensibile.
Con le dita le separo le natiche, scoprendo il suo anello di carne rosa. Lo vedo palpitare. Lubrifico il fallo con dell’olio afrodisiaco che ho sempre in tasca, appoggio il fallo al suo buchino e inizio a spingere. Lei cerca di agevolare la sua sodomizzazione, rilassando i muscoli e piegandosi ancora di più in avanti.
Dopo qualche spintarella leggera, con un colpo secco la penetro fino al ventre. Si lascia sfuggire un lamento.
“Ahhh … si Signora … grazie Signora” mi ringrazia. 
“In fondo, ti ho educata bene” le dico mentre faccio scorrere lentamente il fallo, a misura minima, dentro e fuori di lei. “Come hai potuto andartene al mare senza avvisarmi?”
“Signora … Lei mi aveva detto di non aver bisogno della sua puttanella … ho pensato di prendere un po’ di sole … non era mia intenzione offendere la Sua autorità” sussurra pentita.
Regolo il fallo alla misura superiore. L’oggetto si gonfia e per un attimo sembra restare incastrato in quell’anello di carne rosa. Ma riprende subito il suo movimento, lubrificato sia dall’olio che dagli umori della cagna.
“Si, ma ti avevo detto che potevi restare a casa, non che potevi uscire” preciso.
“Si, Signora, ho sbagliato. La sua punizione è giusta” risponde lei, ansimando dal piacere.
“Questa non è una punizione, voglio solo divertirmi a vedere quanto tempo resisterai prima di perdere la concentrazione” la correggo.
La sento ansimare. Mentre continuo a sodomizzarla, allungo le mani sui suoi capezzoli. Sono durissimi. Sembrano di pietra. Glieli tocco, glieli sfioro e glieli pizzico. Il suo culetto ha ormai preso il ritmo e si impala sempre di più sullo strapon. Ma continua a lavare i piatti.
“Ti tratto sempre bene, puttana. Vedi con quanta dolcezza ti sto scopando?” le dico quasi all’orecchio. “E tu fai le cose a mia insaputa? E devo scoprirlo dall’abbronzatura sulle tue natiche?”.
“Signora ..” sospira la cagna. E’ eccitatissima. Pensare che un paio di mesi fa era ancora vergine, e neanche immaginava cosa fosse uno strapon.
“Cosa vuoi dirmi, troietta?” le chiedo.
“Signora … mi sento tanto umiliata … mi vergogno di essere andata al mare senza averla avvisata …” mi dice tra una pausa e l’altra per riprendere fiato.
“Il modo migliore di umiliare una troietta è farsela dare … avanti, dammela, puttana”.
Lei non capisce.
Le sfilo lo strapon dal corpo. Il suo buchino rosa freme e pulsa, affamato di sensazioni.
“Dammela” ripeto con tono perentorio.
“Non … non capisco, Signora” mi dice con voce affannata.
“Offrimi la tua figa, dammela … non voglio prenderla come faccio sempre, perché è mia prerogativa… devi darmela come me la darebbe una puttana” le dico.
Riflette sulle mie parole per qualche istante. Sta cercando di pensare a cosa voglio da lei. Poi capisce.
Si raddrizza e si volta verso di me. Si alza il grembiule e mi mostra la sua fighetta, liscia e pallida come le natiche. Con un salto si siede sul tavolo, allarga le cosce e con le dita tira le grandi labbra verso l’esterno. Ha lo sguardo umiliato.
“Signora … ti piace questa figa? E’ tua … usala” mi dice. Prende un respiro profondo, poi continua, alzando il livello di volgarità e allargando le grandi labbra fino a scoprire il clito, già turgido per queste manipolazioni. “Ti prego, aprimi come una cozza, scopami, sbattimi fino a farmi svenire … “.
Senza dire una parola, prendo il fallo e la impalo con un’unica mossa, strappandole un gemito di eccitazione.
“Siii … scopami, sono la tua puttana… sono eccitata … voglio sentirmi piena di te che sei la mia dea … sventrami… “ continua a ripetere.
Manovro il fallo portandolo alla massima dimensione: ora la sua figa contiene un mostro di 7 cm. di diametro, che muovo come uno stantuffo a ritmo sostenuto.
“Sei proprio una troia, mi hai offerto la tua figa come una professionista” le dico, mentre continuo a farla godere pazzamente. Sono sicura che ha avuto già un paio di orgasmi, a giudicare dagli umori che le colano fra le cosce, eppure continua a desiderare di essere impalata.
“Non hai vergogna nè ritegno, troia” le dico, sottolineando queste parole con colpi che la fanno gemere senza pietà.
“Nooo … mi piace godere .. mi piace che me lo affondi nella figa … mi piace sentirmelo dentro fino al ventre” mugola Mira.
Il braccio mi fa quasi male, a furia di infliggerle colpi potenti con lo strapon.
“Puttana, resta qui con le cosce aperte” le ordino, mentre estraggo all’mprovviso il fallo.
Il suo viso è stravolto, ricoperto di sudore. La sua figa è fradicia di umori che colano dappertutto, e le grandi labbra sono arrossate e gonfie di voglia. Ma non muove un muscolo.
Vado in camera da letto e torno dopo qualche istante.
Le getto una banconota da 10 euro sul tavolo, accando al suo corpo devastato.
“Ti bastano, troia” le dico, accompagnando il gesto.
Il viso di Mira diventa livido.
“Sei stata pagata, puttana, ora sparisci” aggiungo.
“Signora … ho fatto qualcosa che non va?” si preoccupa.
“No, ho usato la figa che mi hai offerto, ora sono stufa. Vattene” le rispondo.
La vedo lenta a reagire. Non capisce cosa sta succedendo.
“Ho detto vattene, zoccola” insisto.
Senza replicare, Mira richiude le gambe e si alza dal tavolo. A testa bassa, va in camera da letto e prende i suoi abiti.
La raggiungo e le porgo la banconota. “Come ti senti, troia?” 
“Mi sento umiliata, Signora … mi aspettavo di essere usata ma non di essere pagata”.
“Ti sentivi più umiliata prima, quando ti sei scusata di non avermi avvisata, o adesso?” le chiedo.
“Ora mi sento umiliata e mortificata, Signora. Prima forse avevo confuso l’umiliazione con il rimorso di aver mancato a uno dei miei doveri”.
Mi avvicino e le toglo gli abiti di mano.
“Rimetti il grembiule e vai a lavare i piatti. E sbrigati”.
Lei esce e va in cucina.
Io resto in camera da letto e sorrido.

 

 

 

La sguatteraultima modifica: 2012-03-30T17:44:55+00:00da jotting
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